Nato nel 1957 a Mendrisio, ha esordito come autore con la raccolta di poesie Concessione all’inverno, pubblicata nel 1985 da Casagrande. L’editore Marcos y Marcos ha quindi dato alle stampe altre quattro opere tra il 1989 e il 2004 intercalate da numerose collaborazioni e un buon numero di riconoscimenti letterari. Ha vinto il Premio Montale all’esordio, tre volte il Premio Schiller (nel 1986, nel 2000 e nel 2011), il Premio Gottfried Keller nel 2007 e il Premio federale di letteratura nel 2013. Nel 2009, inoltre, l’Einaudi ha pubblicato un’antologia di poesie scritte nel periodo compreso tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila dal titolo Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008.
Fabio Pusterla è stato ospite di Francesco tra le righe il 28 maggio, all’Università per stranieri di Perugia.

L’intervista che segue è a cura del prof. Carlo Pulsoni (Università di Perugia) ed è apparsa su Insula Europea.
Nel ringraziarti d’aver accettato di essere tra gli ospiti del ciclo di incontri Francesco tra le righe, ti chiedo a quando risale la tua prima conoscenza del Cantico delle creature?
Credo di avere incontrato per la prima volta il Cantico da ragazzo; sicuramente al Liceo, ma forse anche prima, autonomamente. Forse, molto giovane, avevo visto il film di Zeffirelli, del 1972; oggi lo ritengo un film mieloso e insopportabile, ma può darsi che all’epoca mi avesse colpito e spinto a leggere il testo. Da allora, anche in relazione alla mia professione di insegnante, è stata comunque una rilettura costante, e non solo in prospettiva didattica. Come mi capita con gli altri grandi classici, mi interessa soprattutto cogliere i riflessi del Cantico nella poesia dei secoli successivi e soprattutto in quella della nostra epoca.
Ci sono dei versi del Cantico che ti hanno particolarmente colpito e perché?
Direi soprattutto la prima parte, con la lode ai vari elementi del mondo fisico, e in particolare al fuoco e all’acqua, che per ragioni in parte coscienti in parte no mi hanno sempre chiamato e affascinato. In un certo senso, tutta l’acqua che scorre nella storia della poesia italiana inizia a sgorgare da qui.
Ritieni che la sua lettura possa aver ispirato la composizione di qualche tua poesia?
Non direttamente, credo; anche perché il rapporto con la natura è profondamente mutato nell’epoca in cui viviamo; sicché leggo e rileggo il Cantico con una sensazione di profonda nostalgia. In anni recenti, tuttavia, ho scritto una poesia un po’ particolare, in cui è emersa dalla memoria la parola allumini, che deriva ovviamente da un termine del Cantico. Non è stata una citazione cosciente, ma qualcosa che è venuta da sé, e che ho capito soltanto dopo.
A 800 anni dalla sua composizione, credi che il Cantico abbia ancora una sua attualità?
Penso di sì, anche se, come ho già detto, più che la distanza cronologica o ideologica mi sembra che ci separi dal Cantico una coscienza profondamente diversa nei confronti della natura; cosa che non ci impedisce affatto di leggere con ammirazione quei versi, ma che ci costringe a misurare proprio leggendoli la nostra condizione moderna. Forse, mi dico, è appunto in questa zona di contrasto che il Cantico continua ad avere una sua forza e una sua attualità.
Di seguito, un breve scritto di Fabio Pusterla
«His argument true, his tone light»: così il poeta irlandese Seamous Heaney ricorda nella poesia Saint Francis and the birds la figura e l’opera di Francesco d’Assisi, avviando a conclusione il suo libro d’esordio, Death of a naturalist (1966).
Partendo da qui, potremmo chiederci da quale distanza, da quale prossimità giunge a noi l’acqua così utile et humile et pretiosa et casta che inizia a fluire nel quindicesimo verso del Cantico. Quell’acqua ha dei rapporti con la «heilignücheterne Wasser»di Hölderlin, croce e tormento di tanti traduttori novecenteschi, con il fiume che «chiaro nella valle»appare nel Leopardi de La quiete dopo la tempesta (in un verso tanto caro a Umberto Saba), con il torbido canale in cui è stato gettato il cadavere di Rosa Luxembourg, con i fiumi sconvolti e inquinati dell’antropocene? E il suo valore simbolico riesce a scorrere, e come, anche al di fuori di una visione creaturale e religiosa dell’essere, lambendo le nostre menti e i nostri sogni, le nostre residue speranze e il nostro smarrimento?
L’incontro proverà a sviluppare simili questioni interrogando il pensiero poetico novecentesco, non solo italiano, attraverso esempi concreti e riflessioni, forse più dubitative che assertive, e qualche lettura poetica personale.
Biografia
Fabio Pusterla è nato a Mendrisio nel 1957. Laureato in lettere moderne presso l’Università di Pavia, vive e lavora tra la Lombardia e la Svizzera, dove insegna lingua e letteratura italiana presso il Liceo cantonale e l’Università di Lugano; ha tenuto per alcuni anni dei corsi presso l’Università di Ginevra. È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Idra”, edita a Milano da Marcos y Marcos. È attivo come poeta, traduttore (soprattutto dal francese, con qualche incursione nella letteratura portoghese) e saggista. Collabora a giornali e riviste in Svizzera e in Italia. Dal 2014 è professore titolare presso l’ISI di Lugano. In campo poetico, accanto alle pubblicazioni in riviste o antologie, è autore di svariate sillogi: la sua prima, Concessione all’inverno (con prefazione di Maria Corti, Bellinzona, Casagrande, 1985, 2001), suscita il consenso immediato di critici e poeti. La sua poesia selvatica, luminosa, molto comprensibile, conquista. Da allora si succedono Bocksten (Milano, Marcos y Marcos, 1989, 2003), Le cose senza storia (ivi, 1994, 2007), Pietra sangue (Milano, Marcos y Marcos, 1999), Folla sommersa (ivi, 2004) e così via. L’ultima in ordine di tempo è Tremalume (Milano, Marcos y Marcos, 2022). Le sue opere sono tradotte in molte lingue e gli sono valse premi prestigiosi, tra i quali il Montale nel 1986, lo Schiller nel 1986, 2000, 2011; il Gottfried Keller nel 2007, il Napoli nel 2013 per l’insieme dell’opera, l’N.C. Kaiser Preis e il Carducci nel 2022, infine il Betocchi, nel 2024. Alla sua figura e opera di poeta è dedicato il documentario Libellula gentile di Francesco Ferri.