Luogo: Auditorium Domus Pacis

Ora: 16:00

8 agosto, Francesco, la pace e il perdono

Grande partecipazione, in presenza e in streaming, per l’ottavo appuntamento di Francesco ha gli occhi tuoi. Stefano Brufani e don Claudio Burgio hanno messo in dialogo le fonti francescane e le ferite del presente, mostrando come pace e perdono chiedano conversione, responsabilità e la capacità di ricostruire relazioni.

Neppure le temperature elevate del pomeriggio estivo hanno frenato la partecipazione all’ottavo appuntamento della rassegna Francesco ha gli occhi tuoi. Numeroso e attento il pubblico presente all’Auditorium della Domus Pacis di Assisi, a pochi passi dalla Porziuncola, al quale si sono aggiunte le persone collegate in streaming per seguire l’incontro dedicato a “Francesco, la pace e il perdono”. Un dato che testimonia l’interesse per due parole profondamente radicate nell’esperienza francescana e, insieme, tra le più urgenti del nostro presente.

Protagonisti del confronto sono stati Stefano Brufani, professore di Studi Francescani all’Università degli Studi di Perugia, chiamato a ricostruire il significato della pace e del perdono nelle fonti e nel contesto storico di Francesco, e don Claudio Burgio, fondatore e presidente dell’Associazione Kayrós e cappellano dell’Istituto penale minorile “Cesare Beccaria” di Milano, che da molti anni accompagna adolescenti e giovani coinvolti in percorsi penali. La moderazione, inizialmente affidata a fra Francesco Piloni, ideatore della rassegna e Presidente della Fondazione San Francesco di Assisi ETS, è stata assunta, a causa della sua impossibilità a essere presente, da fra Georges Massinelli, Vicario Provinciale, che ha guidato il dialogo tra storia e attualità.hiera in Memoria del Transito, nel luogo in cui Francesco rese l’ultimo respiro il 3 ottobre 1226.

La pace prima delle semplificazioni

A partire dalle fonti, Brufani ha invitato anzitutto a sottrarre Francesco alle letture costruite secondo le sensibilità delle diverse epoche. Il Santo di Assisi è stato nel tempo rappresentato come uomo del popolo, della democrazia, dell’ecologia, della liberazione e, naturalmente, della pace. Il rischio, ha osservato lo storico, è trasformare l’attualizzazione in un tradimento. Per comprenderne il messaggio occorre invece riportare ogni singolo tema dentro «la prospettiva complessiva della proposta cristiana di Francesco d’Assisi».

È in questo orizzonte che acquista il suo autentico significato il saluto francescano: «Il Signore vi dia pace». Nel Testamento Francesco afferma che fu il Signore stesso a rivelargli quel saluto, attribuendogli quindi un rilievo decisivo. La pace, ha spiegato Brufani, appartiene alla vita concreta della prima fraternità: i frati lavorano, attraversano le strade, entrano nelle case, incontrano le persone e chiedono, quando necessario, l’elemosina. È dentro questa prossimità quotidiana che il saluto di pace prende corpo. E soprattutto chiede una risposta: la pace ricevuta come dono deve generare operatori di pace.

Una pace che passa dalla realtà

A riportare immediatamente questa intuizione dentro le contraddizioni del presente è stato don Claudio Burgio. Dalla sua esperienza al Beccaria e nella comunità Kayrós emerge un universo giovanile nel quale la violenza può diventare contemporaneamente strumento di attacco e forma di difesa. Dietro il coltello, l’aggressività e i linguaggi estremi, Burgio individua spesso una fragilità incapace di trovare parole per raccontarsi: rabbia, solitudine, assenza di adulti significativi, domande radicali sul senso della vita e del dolore.

Educare alla pace significa allora restituire anzitutto la parola. Significa ascoltare anche ciò che appare disturbante, compresi i linguaggi della musica rap e trap attraverso i quali molti giovani esprimono esclusione e disagio. «La pace nasce da un incontro, da un ascolto profondo», ha osservato Burgio. E ha messo in guardia da due scorciatoie opposte: la pace trasformata in indulgenza superficiale e la sicurezza cercata esclusivamente attraverso la repressione. Una delle sue affermazioni più nette ha attraversato l’intero confronto: «Il buonismo è una violenza», perché ferisce la vittima e, nello stesso tempo, impedisce a chi ha sbagliato di assumersi la responsabilità necessaria per crescere.

Il perdono al cuore del Vangelo

Nel passaggio dalla pace al perdono, Brufani ha mostrato come quest’ultimo termine, pur ricorrendo poche volte negli scritti di Francesco, compaia in testi decisivi. Nella Regola non bollata, l’esortazione dei frati richiama direttamente il Vangelo: «Perdonate e vi sarà perdonato». Sullo sfondo rimane costantemente il Padre Nostro, preghiera fondamentale della fraternità e chiave attraverso la quale comprendere l’esperienza francescana del perdono.

Ancora più radicale è la Lettera a un ministro. Francesco chiede a un superiore provato dalle difficoltà della fraternità di rimanere accanto ai fratelli e di usare misericordia verso chi sbaglia. Il passaggio richiamato da Brufani restituisce tutta l’esigenza evangelica di Francesco: al fratello che avesse peccato anche «mille volte» deve essere sempre offerta misericordia; e qualora egli stesso non chiedesse perdono, il ministro dovrebbe raggiungerlo e domandargli se desideri essere perdonato. Un rovesciamento della logica ordinaria che trasforma l’autorità in servizio e il perdono in iniziativa capace di precedere persino la domanda dell’altro.

Perdonare significa attraversare la verità

Proprio su questo punto l’esperienza educativa di don Burgio ha introdotto una distinzione decisiva. «Il perdono non è esigibile»: nessuno può obbligare una vittima a perdonare né imporre a chi ha commesso un reato un percorso di riconciliazione. Il perdono appartiene alla logica del dono e della gratuità, ma proprio per questo richiede un cammino esigente. «Il perdono nasce se c’è verità», ha sottolineato Burgio: occorre riconoscere ciò che è accaduto, misurarsi con la colpa, con le conseguenze delle proprie azioni e con la sofferenza provocata.

A rendere concrete queste parole sono state alcune testimonianze maturate nei lunghi anni trascorsi accanto ai ragazzi del carcere minorile e delle comunità. Burgio ha raccontato percorsi nei quali vittime e autori di reato hanno accettato di confrontarsi con la propria storia. Particolarmente intensa la lettera ricevuta da un giovane detenuto per aver ucciso un coetaneo. A scriverla era la madre della vittima: «Non esistono i figli miei o tuoi, esistono sempre i figli nostri», gli scriveva, aggiungendo: «Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro». Parole capaci di destabilizzare chi le riceve proprio perché interrompono la logica apparentemente inevitabile dell’odio.

Dalla giustizia che punisce alla giustizia che ricostruisce

Da qui la riflessione si è aperta al tema della giustizia riparativa, che Burgio preferisce chiamare anche “giustizia riconciliativa”. Il perdono non elimina le conseguenze del reato e non sostituisce la giustizia ordinaria. Apre però uno spazio ulteriore, nel quale entrano finalmente in relazione l’autore, la vittima e la comunità. Chi ha sbagliato può assumersi la responsabilità del male compiuto; chi lo ha subito può trovare uno spazio nel quale la propria ferita venga riconosciuta e possa iniziare a essere rielaborata.

È qui che il perdono rivela la propria forza trasformativa. Può permettere a entrambi di sottrarsi alla prigionia di ciò che è accaduto e di attribuire un significato nuovo alla propria storia. Il gesto della vittima, ha ricordato Burgio, può persino sorprendere e “scandalizzare” chi ha commesso il reato, perché rompe la prevedibilità del castigo. La conclusione è tanto semplice quanto esigente: «Il perdono non è esigibile, ma è possibile».

Nel Cantico, pace e perdono si incontrano

Brufani ha ricondotto quindi i due grandi temi dell’incontro al Cantico delle creature, invitando a liberarlo da una lettura esclusivamente poetica o sentimentale. Nella strofa dedicata a coloro che perdonano «per lo tuo amore» e sostengono infermità e tribolazione, Francesco unisce esplicitamente perdono e pace. La ragione ultima del perdonare risiede nell’esperienza di un perdono ricevuto e nella relazione con Dio.

Pace e perdono, dunque, si illuminano reciprocamente e rimandano alla conversione. Sono lontani dal pacifismo astratto quanto dal “perdonismo” che cancella la responsabilità. La misericordia evangelica emersa dal confronto è invece esigente: domanda di guardare la realtà, attraversare la ferita e riconoscere l’altro senza ridurlo definitivamente al male che ha compiuto. La pace francescana nasce così nel cuore della persona e diventa progressivamente forma delle relazioni.

Il Perdono di Assisi tra storia e memoria

Particolarmente significativa, anche per la prossimità fisica dell’incontro alla Porziuncola e per la recente celebrazione dell’indulgenza, è stata la parte dedicata al Perdono di Assisi. Brufani ha affrontato con rigore una questione storiografica complessa, ricordando come negli scritti di Francesco e nelle prime biografie non compaia il racconto dell’indulgenza nella forma trasmessa dalla tradizione successiva. La documentazione emerge più tardi e la vicenda deve quindi essere compresa attraverso il delicato rapporto tra storia, memoria e costruzione agiografica.

Questo dato, ha precisato lo storico, non esaurisce il significato del Perdono. La tradizione maturata attorno alla Porziuncola esprime una fortissima intuizione pastorale: rendere accessibile un cammino di conversione e riconciliazione. In un’epoca nella quale la Terra Santa diventava sempre più difficilmente raggiungibile, Assisi poteva diventare un luogo nel quale quella tensione spirituale trovava una nuova forma. Il Perdono si inserisce così nella grande azione pastorale che i Minori svilupparono attraverso la predicazione, la confessione e l’accompagnamento dei fedeli.

Una pace che domanda uomini riconciliati

Nel dialogo tra il lavoro dello storico e l’esperienza dell’educatore è emerso così un Francesco più complesso e, proprio per questo, più attuale. La pace che egli annuncia non coincide con l’assenza momentanea del conflitto; il perdono che propone non cancella il male né sottrae alla responsabilità. Entrambi nascono da una conversione dello sguardo e chiedono uomini e donne capaci di entrare nelle ferite senza lasciarsi governare dalla vendetta.

L’ampia partecipazione registrata ha accompagnato un incontro capace di toccare alcune delle domande più delicate del nostro tempo. L’ottavo appuntamento di Francesco ha gli occhi tuoi ha restituito così alla pace e al perdono il loro peso evangelico: parole tutt’altro che deboli, chiamate a misurarsi con il conflitto, la colpa, la giustizia e la possibilità sempre aperta di ricominciare.