Luogo: Perugia, Convento di Monteripido

Ora: 17:00

Il Cantico oggi: Eleonora Rimolo e la poesia come eco del creato


Giovedì 8 maggio, nella suggestiva cornice della Biblioteca del Convento di Monteripido a Perugia, si è tenuto un nuovo appuntamento della rassegna Francesco tra le righe. Ospite dell’incontro è stata Eleonora Rimolo, poetessa e ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Università del Molise. Rimolo, che unisce all’attività accademica una riconosciuta esperienza poetica – con premi come il Marazza, il Pordenonelegge Poesia e il Ceppo-Pistoia – ha proposto una riflessione attenta e personale sul Cantico delle creature di Francesco d’Assisi, a ottocento anni dalla sua composizione.

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L’intervento si è sviluppato attorno a un’idea centrale: il Cantico come forma alta e universale di poesia spirituale, capace di restituire un’immagine armonica del rapporto tra essere umano e natura.

La Rimolo ha sottolineato come il testo francescano non si limiti a lodare Dio, ma chiami a raccolta tutte le creature, dando voce a un coro cosmico in cui ogni elemento del creato ha una dignità propria. In questa prospettiva, la poesia diventa uno strumento di comunione e di ascolto, e il Cantico si configura come un modello vivente di scrittura solidale.

Secondo la poetessa, il Cantico conserva intatta la sua forza anche sul piano linguistico. La semplicità dell’italiano primitivo con cui Francesco si rivolge a “frate sole” e “sora acqua” attraversa i secoli e raggiunge chiunque, credente o meno. E non è un caso – ha ricordato Rimolo – che Papa Francesco abbia scelto le parole “Laudato si’” per aprire una delle sue encicliche più significative: “Quel gesto ribadisce la continuità tra un’intuizione poetica e una visione etica del mondo, che oggi chiamiamo ecologia integrale”.

Nella poetica di Eleonora Rimolo, questo sguardo francescano si traduce in una ricerca di “casa originaria”, di un linguaggio che può ancora ricomporre le fratture contemporanee: il Cantico emerge così come un modello vivente di poesia solidale e visionaria, capace di parlare ancora oggi alle coscienze.

Eleonora Rimolo è Ricercatore (RTT) in Letteratura Italiana presso l’Università del Molise. Ha pubblicato il volume I mille volti di Lidia: genesi e sviluppo del personaggio (Edisud, 2020), l’edizione introdotta e commentata dei Sermoni di Gasparo Gozzi (Edisud, 2023). Tra i suoi libri di poesia in più recenti sono La terra originale (Pordenonelegge-Lietocolle, 2018) e Prossimo e remoto (Pequod, 2022) coi quali ha vinto diversi premi tra cui il Marazza, il Pordenonelegge Poesia e il Ceppo-Pistoia.

Eleonora Rimolo sarà ospite di Francesco tra le righe giovedì 8 maggio, alle ore 17, presso la Biblioteca del Convento di San Francesco al Monte di Perugia.

La seguente intervista di Carlo Pulsoni è apparsa su Insula Europea il 26 aprile 2025.

Nel ringraziarti d’aver accettato di essere tra gli ospiti del ciclo di incontri Francesco tra le righe, ti chiedo a quando risale la tua prima conoscenza del Cantico delle creature?

Il mio primo incontro con il Cantico delle creature risale ai tempi del liceo. Ricordo ancora lo stupore che mi fece scoprire che questo cantico di lode composto da san Francesco intorno al 1224-1225 è considerato il testo poetico più antico della letteratura italiana di autore noto. Da studentessa rimasi colpita sia dalla sua importanza storica sia dalla sua forma: una lauda medievale in volgare umbro, di semplice lettura eppure così potente nella musicalità e nel messaggio. I versi del Cantico sprigionano una luce particolarissima, una gioia limpida nel nominare ogni creatura. In un’epoca che spesso, erroneamente, immaginiamo buia e ascetica, Francesco dava voce a un inno alla vita permeato da una visione positiva della natura, in cui il creato intero riflette l’immagine del Creatore. Questa letizia sincera e universale mi arrivò al cuore già durante quel primo incontro sui banchi di scuola, facendomi intuire che il Cantico non era solo un reperto del passato, ma una fonte viva di bellezza e spiritualità.

Quali versi del Cantico ti hanno colpita maggiormente, e perché?

Tra tutti, il verso che risuona con più forza in me è “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Matre Terra”. Quando lessi per la prima volta quell’espressione – Madre Terra, sorella e madre allo stesso tempo – ne rimasi incantata. In due parole san Francesco riesce a condensare un sentimento di intimità filiale con il pianeta che ci ospita: la Terra è madre perché ci nutre e ci sostiene, ma è anche nostra “sorella”, cioè compagna di creazione, non un oggetto inerte da sfruttare. In questi versi è possibile scorgere un’anticipazione poetica dell’idea di casa comune che oggi sentiamo urgentemente nelle riflessioni ecologiche. Il Cantico tratta elementi naturali come membri di una famiglia cosmica – frate Sole, sora Luna, frate Vento, sora Acqua – con una familiarità affettuosa che trovo di straordinaria modernità. Per me, poetessa che scrive in un’epoca segnata dalla crisi ambientale, quell’elenco di creature lodate per la loro bellezza e utilità suona quasi come un manifesto ecologista ante litteram: mi ricorda che il rapporto armonioso con la natura nasce prima di tutto dallo stupore e dalla gratitudine. Francesco celebra il sole che illumina il giorno, l’acqua “utile et humile et pretiosa”, il fuoco “jocundo et robustoso”: ogni elemento, anche il più temibile, è visto nella sua bontà originaria, in relazione all’uomo ma anche a Dio. Questo sguardo benevolo e privo di superbia mi ha insegnato moltissimo – come persona e come autrice – sul modo di accostarmi al tema della natura. Un altro passaggio del Cantico che mi ha profondamente impressionato è quello dedicato a “sora nostra Morte corporale”. Trovo di immensa forza spirituale il fatto che Francesco abbia incluso la morte nel suo cantico di lode, chiamando persino la Morte “sorella”. Quando lessi “da la quale nullu homo vivente pò scappare”, capii che in queste parole c’era un’accettazione totale della condizione umana: Francesco non esclude dall’abbraccio della sua poesia nemmeno l’evento più doloroso e temuto. Questo mi ha colpito perché nella mia sensibilità poetica ho sempre avvertito l’urgenza di confrontarmi con il limite estremo dell’esistenza. Dare del “tu” alla morte – anzi, un nome di parentela così dolce come sorella – significa, a mio avviso, guardare in faccia la paura più grande e trasfigurarla attraverso la fede. Sento molto potente questa lezione: il Cantico mi ha insegnato che persino l’oscurità inevitabile della morte può essere illuminata dalla parola poetica e ricondotta a un senso. Nel mio percorso cerco spesso di convertire l’oscuro in bellezza, come ho detto altrove, e l’atteggiamento francescano mi ispira in tal senso. In quel “laudato si’” rivolto anche alla fine della vita sento risuonare l’eco di un “canto eterno” nascosto nelle cose: una musica segreta di significato che la poesia – con umiltà – può tentare di portare alla luce.

Il Cantico delle creature ha influenzato la tua scrittura poetica? In che modo?

Credo di sì, anche se in modo indiretto e sotterraneo. Non ho mai scritto versi ricalcando consapevolmente il Cantico, tuttavia la lezione di san Francesco ha fecondato il mio immaginario poetico in vari modi. Ad esempio, nella mia penultima raccolta La terra originale il tema dell’ambiente è centrale e, rileggendola, mi accorgo che certe intuizioni possono dialogare idealmente con lo spirito del Cantico. Quel libro nasce da un’esperienza dolorosa molto concreta – i disastrosi incendi che nell’estate 2017 devastarono il Meridione – ma la mia intenzione era di trascendere la cronaca per interrogarmi sul rapporto tra l’uomo e la “casa” naturale che abita. Nei miei versi affronto la ferita aperta dal fuoco distruttore, la perdita di un paesaggio amato, e al tempo stesso cerco uno spazio di riconciliazione: mi chiedo se “le pagine possono essere una casa in cui sentirsi compresi, un ponte tra me e l’altro”, se la poesia possa diventare un luogo dove ritrovare qualcosa di essenziale che si è perduto. Ecco, questa idea di una casa originale, di un grembo comune da condividere, è in sintonia con il sentimento francescano della Terra come madre e sorella. Nel Cantico c’è la visione di un universo in cui ogni elemento trova posto in un ordine armonico voluto da Dio; nella mia opera provo, pur con gli strumenti della modernità e talora del disincanto, a ritrovare frammenti di quell’armonia – o quantomeno a denunciare la sua rottura, spronando a ricostruirla. In tal senso, l’eco del Cantico si avverte nel mio tentativo di dare voce alla natura ferita e di invocare una responsabilità condivisa verso di essa. Più in generale, l’influenza di Francesco sulla mia poetica si manifesta nell’atteggiamento di fondo. Mi ha sempre colpito l’umiltà ontologica del Cantico: l’autore si colloca come una creatura tra le creature, parte di un tutto animato dalla presenza divina. Nel mio scrivere cerco spesso di contrastare l’eccesso di egocentrismo che permea tanta poesia contemporanea, provando invece a “abbassare l’indice di artificialità” e a creare ponti con l’Altro. In questo senso sento affine lo spirito francescano: avverto la poesia come una chiamata a uscire da me stessa, a farmi strumento di qualcosa che mi supera. Ho definito altrove l’arte poetica una sorta di vocazione sacra (pur laicamente intesa): uno slancio a “sfiorare il mistero irriducibile delle cose e dell’essere” e a mettere in relazione la propria interiorità con l’universale. È un’idea non lontana dal cantico di Francesco, che era insieme preghiera personale e celebrazione corale del creato. Inoltre, il Cantico mi ha trasmesso il valore della fratellanza: quella sensibilità che oggi chiameremmo empatia o solidarietà verso ogni forma di vita. Quando scrivo, anche se tratto vicende intime, cerco sempre di proiettare un ponte che dal mio io conduca a un “noi” più ampio. La poesia, per me, può diventare uno spazio di comunione – esattamente come Francesco, lodando Dio con tutte le creature, costruiva una comunità simbolica che abbraccia cielo e terra. In una mia intervista ho parlato di stringerci gli uni agli altri in una “catena di… solidarietà” proprio a proposito della cura dell’ambiente: ecco, credo che questo sentimento di interconnessione profonda tra tutti gli esseri, questa volontà di condivisione, debba molto allo sguardo inaugurato dal Cantico delle creature.

Qual è, a tuo avviso, l’attualità del Cantico a 800 anni dalla sua composizione?

L’attualità del Cantico è straordinaria: dopo otto secoli, quei versi continuano a parlarci e forse non sono mai stati così necessari come oggi. Viviamo un tempo di grandi crisi – pensiamo all’emergenza climatica, ma anche alla povertà di senso che spesso ci affligge – e la visione francescana può offrirci una chiave preziosa per affrontarle. Francesco d’Assisi, con il suo cantico, ci propone un modello di relazione con il mondo basato sulla gratitudine, la lode e la fraternità universale. Questo messaggio, lungi dall’essere obsoleto, risuona in consonanza con le istanze contemporanee di ecologia integrale e di riscoperta dei valori spirituali. Basti pensare che Papa Francesco ha scelto “Laudato si’” come incipit e titolo di un’enciclica moderna sull’ambiente, proprio a ribadire la validità di quell’intuizione: considerare la Terra come una sorella madre da amare e custodire. Nel Cantico, infatti, la natura non è mai “oggetto” da dominare, ma manifestazione del divino e parte di una famiglia cosmica: in ciò vedo un ribaltamento radicale rispetto alla mentalità utilitaristica che ha portato l’uomo contemporaneo a sfruttare il creato senza limiti. Recuperare il Cantico oggi significa riscoprire uno sguardo di reverenza verso la realtà: una visione positiva della natura in cui il Creato riflette il Creatore e ogni creatura ha dignità, lontana sia dal pessimismo nichilista sia dal mero sentimentalismo. È innegabile, dunque, che a ottocento anni di distanza, il Cantico delle creature mantenga intatta la sua carica rivoluzionaria e poetica. La sua attualità sta anche nel linguaggio semplice e accessibile: Francesco parla al cuore delle persone comuni, e ancora oggi chiunque – credente o meno – può lasciarsi toccare dalla limpidezza di quell’italiano primitivo e fervido. Personalmente credo che il Cantico parli al presente soprattutto sotto due profili: l’appello ecologico e l’appello umanistico. Da un lato ci ricorda di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente in termini di custodia amorevole e riconoscenza – un messaggio quanto mai urgente mentre affrontiamo cambiamenti climatici e devastazioni ambientali. Dall’altro ci invita a riscoprire un senso di comunità e di fraternità: lodando “con tutte le creature”, Francesco annulla barriere e gerarchie, ponendo ogni essere in relazione diretta con il tutto. È una lezione di umiltà e di speranza di cui, a mio avviso, abbiamo ancora bisogno: il Cantico ci insegna a guardare oltre noi stessi, a sentirci parte di un ordine più grande. In ultima analisi, leggere oggi il Cantico delle creature significa anche ritrovare una fonte di stupore e consolazione. In mezzo alle ansie del XXI secolo, quelle parole antiche ci ricordano che “il mondo… custodisce un canto eterno” di bellezza e significato – un canto a cui anche noi, nel nostro piccolo, possiamo unirci.