Si è svolto mercoledì 24 settembre alle ore 17, presso la Biblioteca del Convento di San Francesco al Monte di Perugia, l’incontro con Francesca Tuscano, nell’ambito del ciclo Francesco tra le righe.
L’incontro ha offerto un intenso momento di riflessione sul Cantico delle creature, cuore del pensiero francescano e testo poetico che continua a parlare al presente.
A fare gli onori di casa fr. Georges Massinelli, guardiano della Comunità di Monteripido che ha ospitato la “ripresa”, dopo la pausa estiva, degli appuntamenti della rassegna che lega il Cantico alla letteratura e alla poesia, nell’anno dell’VIII centenario della sua composizione.
L’intervento di Francesca Tuscano ha preso avvio dal ricordo personale: la familiarità con il Cantico delle creature, letto in famiglia come filologia e come preghiera, e l’esperienza concreta della musica e della scena. Il primo approdo è stata la scoperta che il Cantico è canto prima che testo: «Ricordiamoci sempre che il cantico è un canto», ha affermato, e “solo cantandolo”, racconta, «puoi entrare davvero dentro le parole di Francesco», perché la voce e il coro non sono accessori ma il mezzo stesso per incarnarne la spiritualità.
In questo contesto, la Tuscano ha individuato nel Cantico il nucleo poetico e teologico essenziale: la natura non è semplice cornice, ma portatrice di «caritas». La bellezza dei fiori, che si compie nel frutto, diventa figura esemplare della generosità naturale, capace di nutrire e rigenerare. «Tutto in natura è nutrimento e vita», ripete, e ogni forma, animale, vegetale o minerale, racchiude in sé insieme funzione e bellezza. La natura porta in sè il rispetto, l’amore incondizionato per la vita e la sopravvivenza: la cultura del superfluo, ha detto, ha relegato invece la sopravvivenza a concetto negativo, mentre in realtà in essa si radicano la pietas e la sacralità della vita.
Il discorso si è ampliato fino a includere il mistero della morte. «Sora nostra morte corporale» non è nemica ma maestra: ricorda la finitezza e obbliga a riconoscere il valore incommensurabile di ogni vita e di ogni momento. La consapevolezza della caducità rende sacra l’esperienza presente: «Questo momento è irripetibile». Da qui la condanna radicale della distruzione, definita «il primo del peccati mortali», la bestemmia che spezza il legame dell’oikos, la casa comune. È in questa prospettiva che Tuscano richiama Leopardi e la tradizione russa (la ljubov che unisce carità e amore), ribadendo che fraternità e rispetto della vita sono l’unico cammino umano possibile.
Francesca Tuscano ha quindi offerto ai presenti la lettura dei suoi scritti, accompagnata dalla chitarra del Maestro Mauro Viola, perché – ha detto – «non c’è preghiera più alta di quella cantata. La musica ha la funzione dell’oro negli sfondi delle icone: è l’elemento innaturale che innalza la trascendenza. Il canto di Francesco, così radicato nel mondo umano e naturale ha nella musica, anche quella originale che non è riuscita ad arrivare fino a noi, il segno che permette di comprendere come la bellezza terrena, la sua pietas e la sua caritas e la bellezza spirituale siano il recto e il verso di uno stesso specchio sapienziale».










Di seguito, riportiamo l’intervista del prof. Carlo Pulsoni, apparsa su Insula Europea.
Nel ringraziarti d’aver accettato di essere tra gli ospiti del ciclo di incontri Francesco tra le righe, ti chiedo a quando risale la tua prima conoscenza del Cantico delle creature?
Il Cantico delle creature è una lettura che appartiene alla mia infanzia. I miei genitori si erano trasferiti ad Assisi quando avevo due anni, e lo avevano fatto scegliendo volutamente questa cittadina tra le diverse nelle quali avrebbero potuto insegnare, perché mia madre, durante il viaggio di nozze, aveva sentito Assisi come un luogo famigliare (fino al giorno della sua morte tenne tra le cose da cui non si separava mai una bacca di cipresso che aveva raccolto non lontano dalla Basilica, quando vi era entrata per la prima volta). Dunque, la fede di mia madre da una parte, profondamente legata alla figura di Francesco, e dall’altra gli studi di mio padre (italianista che ben presto entrò a far parte degli studiosi del Francescanesimo), facevano sì che in casa i Fioretti e gli scritti di Francesco fossero parte integrante non solo della biblioteca “adulta”, ma anche di quella di me bambina. Ricordo ancora il libro illustrato del Cantico che mio padre e mia madre avevano comprato a me e ai miei fratelli proprio nella piccola libreria che si trovava dentro la Basilica. A diciotto anni, poi, lavorai allo spettacolo di burattini di Roman Ukleja ispirato ai Fioretti. Il mio primo lavoro, che m’insegnò a tradurre la poesia nel linguaggio del teatro (che non è mai solo parola, ma sempre gesto e parola insieme). Lo spettacolo si concludeva con la lettura del Cantico, “illustrata” dai meravigliosi oggetti scenici, le scene e i burattini realizzati da Ukleja. Far muovere ogni elemento naturale cantato da Francesco dava un’emozione inspiegabile, fuori da ogni retorica. Feci così una nuova lettura del Cantico, che era lezione di bellezza, che è tale solo quando è priva di ogni elemento che tenti di spiegarla. Infine, sempre a diciotto anni, entrai nel Coro dei Cantori d’Assisi, diretto da Padre Evangelista Nicolini, minore spirituale, e la lettura del Cantico divenne canto, accanto a quella del Laudario di Cortona. Questa fu, a tutti gli effetti, la più importante lettura della lauda di Francesco. La musica è parte integrante del Cantico. Non c’è preghiera (che si creda o no) più alta di quella cantata. La musica ha la funzione dell’oro negli sfondi delle icone – è l’elemento “innaturale” che innalza alla trascendenza. Il canto di Francesco, così radicato nel mondo, umano e naturale, ha nella musica (anche quella originale che non è riuscita a giungere a noi) il tratto che permette di comprendere come la bellezza terrena (che è sempre anche pietas, carità) e bellezza spirituale siano recto e verso di uno stesso specchio sapienziale.
Ci sono dei versi del Cantico che ti hanno particolarmente colpito e perché?
Da bambina mi piacevano molto i versi dedicati a Sora Acqua. Mi trasmettevano serenità, gioia. Molto più tardi, quella stessa serenità me l’hanno trasmessa i versi che io considero in assoluto i più profondamente umani del Cantico – quelli dedicati a Sora nostra Morte corporale. Già il solo appellativo, quello stesso dato all’acqua, rende la morte alla sua realtà, che non solo i cristiani dovrebbero intendere, ma anche i non credenti. La morte ha un senso prezioso nel creare il cerchio della vita, ce lo fa percepire come unico (si creda o meno ad una possibile resurrezione) e perciò sacro. Sono versi che, accanto alla Ginestra di Leopardi, tutti dovrebbero stamparsi nella memoria, per necessità etica. La morte ci rende alla nostra vulnerabilità e nello stesso tempo alla nostra unicità – come si può accettare la volontà di uccidere, quando è proprio “sorella” morte che ci rende fratelli?
Ritieni che la sua lettura possa aver ispirato la composizione di qualche tua poesia?
Credo di sì, dopo la morte di mia madre particolarmente. La natura (umbra e calabrese) è sempre al centro di ciò che scrivo. Anche quando non appare, è sottintesa. E anche il senso della morte, in quanto lezione di pietas e di amore per l’unicità della bellezza e della vita.
A 800 anni dalla sua composizione, credi che il Cantico abbia ancora una sua attualità?
La poesia non può perdere mai di attualità, perché, al netto di ogni retorica, è al di là del tempo. Come ha scritto Jurij Lotman (La struttura del testo poetico), “capire la vita, significa studiare la sua oscura lingua. E in tutti questi casi, e in molti altri, non si parla di metafore poetiche, ma di una profonda comprensione del processo di assimilazione della verità, e, più largamente, della vita […] l’arte è la lingua della vita, col suo aiuto la realtà ci parla di sé”. Per questo il Cantico (come ogni vera poesia) ci fa ancora intendere l’oscura lingua della realtà e della sua bellezza. E poco importa che si creda o no che questa realtà e questa bellezza siano opera di Dio. Francesco ci insegna comunque che la bellezza è il segno della verità (quella che, come fa dire Pasolini a Totò/Jago in Cosa sono le nuvole, non va detta, altrimenti non è più verità). La bellezza non può essere accumulata, non si capitalizza. Non ti segue come un oggetto. Non la vendi, non l’acquisti. Puoi tutt’al più nasconderla o distruggerla. Non puoi farne una proprietà. La bellezza è libera per sua stessa natura. Non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti. Quando scelsi di vivere alle spalle di Assisi, in quella che gli assisani chiamano Montagna, ero grata per la bellezza di ogni albero e di ogni animale che viveva accanto a me. E quando arrivò mio figlio, Giacomo, cercai di guardare quella bellezza anche con i suoi occhi. Per molto tempo fu così. La vita poi, prese direzioni che rendevano la bellezza sorda. Inutile. Colpevole. Eppure, la bellezza era lì, mi aspettava. Quando la rividi, ancora con gli occhi di mio figlio ormai adolescente, capii che non aveva bisogno di noi. Neanche della nostra ammirazione. Vivere nella natura, che è la bellezza prima, t’insegna anche la sua indifferenza. La vita (la bellezza) ci prescinde. Perché le apparteniamo. Basterebbe questo, però, per farci percepire lo spreco orrendo della distruzione. Non dovremmo difendere la bellezza della natura per compiacerci. C’è della vanità anche nella scelta della bellezza. Persino nella sua difesa. Noi dovremmo difendere la vita, che ci ignora, perché ne siamo parte. Una parte irrisoria, che ha valore solo all’interno di una logica che non ha bisogno di noi, ma alla quale dovremmo essere grati proprio per la nostra ridondanza. E tutto questo, io credo, Francesco lo ha saputo cantare come nessuno più, dopo di lui.

Francesca Tuscano, laureata in Lingua e Letteratura Russa e in Italianistica, ha pubblicato saggi sui rapporti tra cultura russa e cultura italiana, specialmente in Pasolini, Gobetti e Alvaro, sulla storia dei musicisti dell’ordine francescano e sull’opera di Pasolini. Traduce dal russo. Ha pubblicato le raccolte di poesie M.Y.T.O. (Era Nuova 2003), La notte di Margot (Hebenon-Mimesis 2007), Gli stagni di Mosca (La Vita Felice 2012) e Thalassa (Hebenon-Mimesis 2015). Ha scritto libretti d’opera, testi teatrali e racconti.